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Amici miei: il cinema delle sidequest

O dell'arte di narrare senza bisogno di storie.


Amici miei (1975) diretto da Mario Monicelli

Amici miei è un film che amo. Anche il secondo. In effetti, mi ha conquistato così tanto che non ho il coraggio di vedere il terzo, perché dopo la morte del Perozzi e l'ictus del Mascetti non ho mai avuto il cuore di vedere quei personaggi - quelli che restano - invecchiare. Come avrete intuito, questo post è un po' particolare e l'argomento del gaming lo tocco piano. Ma lo tocco.



La quest principale e il cameratismo


"Cameratismo: rapporto di fiducia tra colleghi o amici, tra compagni di fede, di sport, politici, di vita". I personaggi del film di Monicelli li ho sempre associati a questa parola. Le loro "zingarate" bastano a raccontare (bene) un film intero, un racconto che seguo dall'inizio alla fine con grande empatia. Così forte da farmi dimenticare che la storia del film è molto, molto effimera. La mia ragazza, che non è italiana, mi ha chiesto di cosa parlasse questo film di cui mi ha visto rivedere un paio di scene su YouTube. È difficile, alla frase "parla di un gruppo di amici che" mi sono fermato: dovrei spiegare le zingarate, dovrei spiegare perché fanno ridere certi personaggi, le gag, persino l'atmosfera malinconica che riesce a trasmettere... Tutte cose che non descrivono bene un arco narrativo, piuttosto un contesto. Che tutto possa essere un racconto del Perozzi sul letto di morte, che ripercorre le radici delle sue amicizie, ci ho pensato. Ma non puoi descrivere chi sia il Perozzi senza i suoi amici e non puoi farlo con i suoi amici senza parlare di un singolo episodio del film. Mi sono sorpreso, a rivederlo, che le macroscene del primo film fossero solo quelle del corteggiamento della moglie del Sassaroli, l'episodio del Mascetti che si insediò a casa dei suoi amici e lo scherzo della strage di San Valentino ai danni del pensionato Righi. Fine. Il totale che ricordavo era molto più dell'insieme dei singoli, come si dice. Godevo del contesto e della narrazione, che non fanno necessariamente una grande storia. Da giocatori conoscete bene questa sensazione: perdersi nell'osservazione, godere di un'atmosfera, dominare la mainquest e il tema del gioco (l'opera narrativa) solo per fermarsi e scoprirne tutti quei momenti episodici che fanno di una partita la nostra partita. Quel momento in cui il gameplay diventa davvero emergente e la mainquest perde di importanza, perché veniamo conquistati dal piccolo, che magari piccolo non è. Ormai, anche i magazine online valutano un RPG, un action open-world e a volte persino un FPS anche in base ai diversivi dalla storia principale, mai considerati come un riempitivo, ma come il respiro vitale del mondo virtuale che navighiamo. Io per primo lo considero un aspetto fondamentale, tanto che non amo separare troppo la narrazione "main" da quella "side", in quanto tutto è parte di un flusso che affronterei secondo il mio personale stile.



Un doveroso disclaimer


Non voglio passare per il pazzo che accosta Amici miei a The Witcher 3, non ha senso detto in questo modo. Ma pensai a questo articolo dopo essermi svegliato nel mezzo della notte, passata a sognare Bioshock (lo sto rigiocando su Switch, intensivamente...) e alla constatazione che, effettivamente, io non ricordi una generica ascesa verso i vertici di Rapture, verso Andrew Ryan o Frank Fontaine, ma singoli episodi che mi hanno raccontato quel mondo: l'apparizione del primo Ricombinante Houdini ad Arcadia, il pianista sul palco del teatro di Fort Frolic, la mia graduale trasformazione in Big Daddy... Di fatto sub-quest che ricordo con molta più chiarezza rispetto alla missione principale del gioco ("Scappa da Rapture"). Non esploriamo Rapture perché vogliamo trovare una via di fuga, ma perché è stupefacente. Allo stesso modo in cui una zingarata racconta molto meglio i personaggi di Amici miei rispetto alla trama del film (che ancora non saprei raccontare... "Un gruppo di amici per la pelle fa bischerate fino alla morte di uno di loro"?). Cosa pensate di questa riflessione? Non posso fare a meno di ringraziare Alessandro Bacchetta, autore di quest'articolo di Mulltiplayer, che parla del valore della narrazione in un modo che amo scoprire nella stampa italiana e che coglie l'importanza delle storie secondarie che non lo sono affatto. Altri film che vi restituiscono questa sensazione? Io penso anche alla saga di Don Camillo, Gian Burrasca e altri film di ispirazione letteraria, che riprendono spesso questa struttura a quadri estremamente difficile da riassumere alla mia ragazza.


Ripescatevi anche il mio articolo sul narrative design presentato da un professionista, qui.

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