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Il lutto in Red Dead Redemption II

Dossier narrativo sul capolavoro Rockstar - Parte 1 di 3

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Gran parte del mio tempo con Arthur l'ho passato solo ascoltando la foresta.

SPOILER PRESENTI. Sarà la lontananza da famiglia e amici per via della situazione che stiamo vivendo, sarà un desiderio enorme di libertà, ma cavalcare e perdere il senso del tempo in Red Dead Redemption II, titolo che non ero ancora riuscito a recuperare, mi ha dato una carezza e un pugno nello stomaco al tempo stesso. Da emotivo che sono, la morte di Arthur Morgan è qualcosa che sopporto a malapena. Colpevole, sarcastico, altruista, agitato, nichilista, dolce, laico, scorbutico. Arthur rappresenta l'uomo che sognavo di essere quando andavo a scuola, un uomo che sapesse spaventare e proteggere all'occorrenza, quasi a comando; mi ha convinto con le sue molteplici contraddizioni, che rendono autentico un personaggio. Vederlo morire mi ha gettato in un insolito silenzio per una buona settimana. È proprio per questo che la mia parte più irrazionale ha detestato l'Epilogo del gioco che, lo ricordiamo, lo vede bello che sepolto, ucciso dalla tubercolosi e dallo scontro con Micah Bell (l'infame). Per quanto amatissimo fosse a sua volta già dal primo capitolo della saga, il suo sostituto John Marston semplicemente non mi rappresenta. Vestirne i panni dopo la morte di Arthur mi ha urtato non poco, almeno durante le prime due-tre ore. Solo dopo, ho capito la saggezza e il significato dell'ultima parte di Red Dead Redemption II.



Perché dovevi morire, Arthur?


Incredibilmente, il titolo open world più sanguinoso e crudele degli ultimi anni è forse anche quello che più parla di vita. La vita e la morte sono forse il tema centrale di Red Dead Redemption II, un western che racconta magistralmente una storia che mai avrei pensato mi rapisse tanto. Io che amo la malinconia di The Legend of Zelda: Breath of the Wild, l'erotismo e l'ironia di The Witcher 3 Wild Hunt e il senso di delirio onnipotente di un Far Cry a caso, mai mi sono sentito tanto fragile come nel titolo di Rockstar. Non è per la componente survival del gioco, nemmeno così spietata, quanto per essermi sentito al centro di un mondo in bilico. Una banda criminale che non crede più nel proprio capo, il Selvaggio West che sta svanendo, la salute che ci abbandona influendo persino sul gameplay, l'amore della fidanzata Mary che non tornerà... Arthur è al centro di una vita collettiva e personale a pezzi e apparentemente irrecuperabile. È questo che rende potente il suo sacrificio: sembra che non abbia nulla da perdere. Arthur si sacrifica senza nessuno che glielo chieda ed è solo una delle componenti che lo rendono un eroe tragico a tutti gli effetti. La sua enorme sconfitta ce lo fa amare e lo rende potente, perché nella miseria i sacrifici risuonano con più fragore. Come ogni protagonista tragico, agisce da pragmatico e non da idealista - al contrario di Dutch, malato della propria filosofia -, comprende che la vita è semplicemente più bella della morte e decide di darla solo dopo essersi assicurato che il suo gesto abbia un effetto benefico, anche se solo per tre persone (la famiglia di John Marston). Non salverà nessun altro, ma il trofeo che sbloccheremo su PlayStation una volta morti parla chiaro: "Redenzione".



Alter-ego


Da Psicologia e arti performative di G. D. Wilson:


[...] L'alter-ego agisce in modo contrario. Se il soggetto è ottimista, l'alter-ego avviserà l'avvento di un fato avverso. Assumerà sempre un ruolo opposto nel sistema di polarità.

Non è una definizione di alter-ego universale, ma solo l'impostazione di un esercizio sugli psicodrammi, un ruolo da dare a un volontario durante un'improvvisazione di tipo performativo, dando per certa l'esistenza di un ego, in questo caso il protagonista (o paziente) dello psicodramma. Ciò però mi è sembrato utile per parlare di John Marston e di cosa sia lui per Arthur Morgan. Da Paperinik a Mr. Hyde, gli alter-ego della letteratura e cultura pop sono, per natura, l'emblema di ciò che un protagonista non può fare, vuoi per incapacità, vuoi per delle strutture sociali che glielo impediscono. Don Diego de la Vega deve poter condurre la propria esistenza da ricco californiano, Hannah Montana deve poter andare a scuola senza essere assalita dai fan e così via. Il loro atto però non sta solo nel travestimento o nell'anonimato: la creazione di un alter-ego sta nella liberazione da sé e, in senso più lato, nella creazione di un'altra vita. A volte può nascere solo per soddisfare un proprio bisogno, anche oscuro, basti pensare Earl Brooks in Mr. Brooks; altre volte non è una scelta intenzionale, come nel caso di Tyler Durden di Fight Club. Tutte le volte che quei personaggi vestiranno i panni del loro alter-ego, il loro sistema di valori cambierà e la loro vera identità verrà uccisa. Un vero alter-ego è, di fatto, un'altra persona, un'altra vita. Consegnare la propria vita a un'altra esistenza per dare un senso alla propria. Se potessi farlo con la tua identità, non avresti bisogno di un alter-ego, esattamente come Arthur Morgan non potrà mai avere un ranch a Blackwater, con una moglie e un figlio che lo amano. Li ha avuti, ne parla una volta a una suora incontrata alla stazione di Emerald Ranch, e al capo Wapiti Pioggia che cade durante un dialogo opzionale. Ma li ha persi, uccisi da dei banditi molto tempo prima.

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Il dialogo tra Arthur e Pioggia che cade.

Cordoglio non elaborato


Le possibilità di una vita "per bene" di John sono quindi quel polo opposto di cui parla il gioco teatrale di G. D. Wilson. Sono l'ultima volontà di Arthur per la creazione di un sé migliore: sano, amato e redento, il "contrary fashion" necessario per continuare a vivere non nel proprio corpo ma nella memoria di un altro personaggio. In drammaturgia, ciò viene chiamato anche come "lascito del mentore", "insegnamento" o "eredità": non a caso molti maestri rivedono se stessi nei propri allievi, pensate a Obi-Wan Kenobi che decide di regalare un destino migliore al piccolo Anakin. Se l'alter-ego è un trasferimento, cosa ne è di chi riceve tale fardello? Ho cominciato ad appassionarmi all'Epilogo di Red Dead Redemption II esattamente nel momento in cui ho percepito che non fosse felice. Detto così è divertente, ma è la verità: non avevo ancora elaborato il lutto per Arthur e l'apparente pacifica, bucolica esistenza priva di conflitto di John mi sfuggiva proprio. Solo dalle discussioni con la moglie Abigail ho capito c'era qualcosa di irrisolto e, dopo le cacce alle taglie con la (mitica) Sadie Adler e la costruzione del ranch, è arrivata la frase che ha dato il senso a tutto. La frase che fa l'Epilogo in Red Dead Redemption II e che chiude il lutto per Arthur Morgan. John sa finalmente dove si trova Micah, il traditore, e vuole eliminarlo; Abigail è terrorizzata:


Abigail: "Rischieresti di perdere tutto questo? Per cosa? Per Micah?" John: "Tutto questo... Tutto questo non esisterebbe se non fosse per Arthur, Sadie... e tutta la gente che è morta. Se lo lascio andare, questo posto non sarà più reale di... dei draghi di Jack."

Qui, gli autori del gioco rendono meravigliosamente esplicito tutto il senso dell'Epilogo, in una breve battuta. Senza l'estirpazione del male, quindi la vendetta nei confronti del malvagio, l'alter-ego non può vivere. L'alter-ego non sarebbe reale, ma solo la fantasia di un uomo moribondo che ha espresso invano l'ultimo desiderio. La forza della vendetta, tuttavia, non sta in un fattore personale: John deve uccidere Micah perché nel Far West il male si uccide, punto.


Vi sta piacendo questo piccolo percorso sui temi e le strutture del titolo Rockstar? Io sicuramente mi sto divertendo a scriverlo e mi aiuta pure a rielaborare il mio, di lutto. Restate con le orecchie tese: al prossimo fischio del treno ci saranno altri due articoli su Red Dead Redemption. Seguite Scenarios sui Facebook e Instagram per non perderveli!

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